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Introduzione alla Mindfulness

Febbraio 2020

Bibliografia

Il termine mindfulness, nella cultura occidentale, indica una pratica meditativa e, più in generale, una certa attitudine, centrata sulla consapevolezza, nello svolgimento delle attività quotidiane e finanche un tratto della personalità. Possiamo sentir dire “faccio la mindfulness” intendendo che pratichiamo la meditazione; oppure “mangio mindful” o “cammino mindful” (in inglese si parla di “mindful eating” e “mindful walking”) volendo indicare una certa attitudine nello svolgimento di attività della vita ordinaria; oppure infine “sono mindful” volendo indicare un tratto della personalità. Ciò vuol dire che nell’accezione comune diffusa in occidente la mindfulness consta di un duplice aspetto: quello psicologico legato ad un modo di essere, e quello pratico legato alla meditazione. Ma con uno studio più approfondito della letteratura specifica possiamo scoprire che con “mindfulness” si intende più propriamente una facoltà della mente legata alla consapevolezza piuttosto che una pratica meditativa, la quale serve a sviluppare tale facoltà. Per indicare la pratica meditativa vera e propria possiamo utilizzare il termine “meditazione mindfulness”.

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La mindfulness e la meditazione mindfulness sono arrivate in occidente in diversi modi. Già nel 1800 alcuni studiosi occidentali, grazie alle politiche coloniali rivolte all’Asia, si sono interessati allo studio delle culture e delle religioni asiatiche ed in particolare allo studio del Buddhismo. La parola mindfulness è la traduzione della parola Pāli, sati. Fu Thomas W. Rhys Davids (1843-1922), orientalista e fondatore della Pāli Text Society che, nella traduzione in inglese di antichi testi buddhisti scritti in lingua Pāli, per primo utilizzò il termine “mindfulness” per tradurre la parola sati (Gethin, 2011). In realtà mindfulness, in inglese, significa ricordare piuttosto che essere consapevoli, per quest’ultimo concetto si può utilizzare più propriamente la parola awareness. Tuttavia, l’aspetto del ricordare del termine mindfulness riesce a descrivere propriamente l’atteggiamento di sati che è quello di ricordarci di essere consapevoli verso quello che c’è nel momento presente, lasciando andare tutto ciò che la nostra mente evoca dal passato e prevede del futuro.

Mindfulness è dunque una facoltà della mente basata sulla consapevolezza che possiamo attivare attraverso il portare attenzione al processo dell’esperienza psico-corporea così come si svolge attimo dopo attimo. L’oggetto a cui rivolgiamo l’attenzione per poi divenirne consapevoli, è il corpo e, quando avanziamo nella pratica, le emozioni e la mente stessa. Ai principianti si propone di mettere attenzione al respiro e alle sensazioni che questo desta nel corpo e poi al corpo, alle sue varie parti cercando di incontrare sensazioni come calore, formicolio, tensione. Un ulteriore passo nel percorso della pratica può essere fatto aggiungendo l’osservazione del tono delle nostre sensazioni: la loro piacevolezza o spiacevolezza, oppure la loro neutralità. Con l’avanzare della pratica meditativa possiamo rivolgerci agli stati della mente, alle emozioni e ai contenuti della mente come pensieri e immagini.

La consapevolezza che vuole la mindfulness necessità di essere risvegliata in una mente che si trova in uno stato caratterizzato da alcune qualità. Queste vanno sviluppate attraverso la pratica stessa e attraverso un modo di vivere appropriato. Cercheremo allora di coltivare una mente aperta perché vuole osservare tutto quello che c’è da osservare, recettiva perché vuole accogliere tutto quello che c’è da accogliere, lucida perché vuole osservare con precisione e chiarezza ciò che c’è nell’esperienza del momento presente, intuitiva perché non vuole dare spazio alla discorsività razionale dei pensieri che ci distraggono dal rilevare le cose così come sono realmente, non-giudicante perché non vuole interagire con ciò che osserva rimanendo imparziale sia nei confronti di ciò che è piacevole che di ciò che è spiacevole, partecipe perché vuole incontrare con gentilezza ciò che osserva, stabile perché non vuole disperdere energia in inefficaci distrazioni, saggia perché vuole discriminare ciò che è salutare per noi da ciò che non lo è. Oltre a questi aspetti molto importanti possiamo predisporre il nostro essere a sostenere la nostra pratica essendo pazienti, dediti, impegnati e allo stesso tempo coltivando un animo ardente, motivato con passione a percorrere il cammino di sviluppo spirituale, lasciando che si faccia lentamente spazio la curiosità che ci spinge verso quell’osservazione costate e continua della realtà così come essa è.

Oltre ad assumere queste qualità, la consapevolezza ha bisogno di lavorare insieme ad altre facoltà della mente. Abbiamo già accennato al ruolo dell’attenzione che serve per selezionare ciò di cui vogliamo divenire consapevoli. Oltre a questo aspetto attentivo, è necessario aggiungere un aspetto conoscitivo. La consapevolezza mindful vuole investigare i fenomeni che osserva e vuole comprenderne la loro natura. Secondo la visione buddhista la natura di tutti i fenomeni è caratterizzata dalla loro mutevolezza e impermanenza e tutti coloro che pensano di essere agenti che condizionano e controllano tali fenomeni vivono di un’illusione poiché la loro natura, di agenti, è senza sostanza. Riuscire a sperimentare la conoscenza, intuitiva piuttosto che razionale, di questi due aspetti conduce alla liberazione dalla sofferenza. Senza questo aspetto conoscitivo, la pratica della meditazione mindfulness porterà sicuramente dei giovamenti quali una maggiore calma e concentrazione, ma non porterà benefici di tipo trasformativo capaci di assottigliare le nostre afflizioni.

 

In cerca di una definizione

La letteratura esistente che si occupa di studiare la mindfulness è piuttosto eterogenea. Si passa dalla letteratura buddhista alla letteratura scientifica occidentale attraverso uno spettro di contributi. La letteratura buddhista moderna si dedica ad elaborare e commentare gli antichi testi buddhisti. Al contrario la letteratura scientifica occidentale cerca di dimostrare, con studi di tipo sperimentale, l’azione della mindfulness sulla mente in ambito psicologico e sul cervello in ambito neurologico. Questo approccio ha spesso scarnificato la ricchezza contenuta negli antichi insegnamenti buddhisti ma allo stesso tempo in qualche modo, vedi ad esempio (Kabat-Zinn, 2011), ha permesso la penetrazione della mindfulness nella cultura occidentale. Sono molti gli studiosi che esortano ad una maggiore integrazione tra l’antica tradizione buddhista e la scienza occidentale, ad esempio Van Gordon e Shonin (Van Gordon et al., 2015). Tale integrazione porterebbe una maggiore completezza e profondità agli interventi sulla mindfulness proposti in occidente in vari contesti come quello del well-being, quello educativo e quello aziendale.

Prendendo in esame la letteratura esistente, si può riconoscere che non esiste un’unica e condivisa definizione di mindfulness. Esistono diversi recenti lavori in letteratura che hanno messo in evidenza questa mancanza, ad esempio (Bodhi, 2011; Chiesa, 2013; Lutz et al., 2015) ed hanno sottolineato che la difficoltà deriva dal fatto che il significato e l’operatività della mindfulness è stata mutuata da insegnamenti spesso non coerenti tra loro appartenenti ad una cultura lontana dalla nostra e, per di più, espressi in una lingua difficile da tradurre. In questo processo di trasferimento e traduzione si è spesso perso qualcosa e si è creata confusione. Cercando qui e là in letteratura è possibile rintracciarne diverse definizioni che in qualche modo si sovrappongono e si completano. Nel seguito eccone alcune (per una lista più esaustiva si consulti (Khoury et al., 2017).

Ecco due definizioni da parte di Maestri buddhisti contemporanei: mindfulness è “memoria e lucida consapevolezza degli avvenimenti che accadono nel presente” dello studioso monaco Theravada Bhikkhu Bodhi (Bodhi, 2011, pag. 25) (mia traduzione) e anche mindfulness è “mantenere la propria coscienza viva sulla realtà del presente” del maestro Zen Thich Nhat Hanh (Hanh, 1992a, pag. 11).

Mindfulness è “la consapevolezza che emerge dal prestare attenzione di proposito, nel momento presente e in maniera non giudicante, al fluire dell’esperienza, momento dopo momento” di Jon Kabat-Zinn, inventore del protocollo MBSR (Mindfulness Based Stress Reduction) introdotto alla fine degli anni ’70 (Kabat‐Zinn, 2003, pag. 145) (mia traduzione). Un’altra nota definizione è quella degli psicologi Brown e Ryan: mindfulness è “un attenzione ricettiva e una consapevolezza degli eventi e delle esperienze del momento presente” aggiungendo poi che “è caratterizzata da qualità tra cui ricettività, chiarezza, stabilità/continuità, flessibilità e consapevolezza non concettuale” (Brown et al., 2007, pag. 112) (mia traduzione).

Infine un’altra interessante definizione viene dalla psicologa Ellen Langer della Harvard University che ha concepito una teoria “laica” sulla mindfulness priva di riferimento al Buddhismo: mindfulness è “la creazione di nuove categorie, l’apertura a nuove informazioni, e la consapevolezza di molteplici prospettive” (Langer & Moldoveanu, 2000, pag. 2) (mia traduzione).

Da queste definizioni si evincono diversi aspetti che caratterizzano la mindfulness che in parte ho già descritto sopra. Possiamo notare che vi è sempre un riferimento all’attenzione. Questa è una facoltà della mente che serve a selezionare l’oggetto a cui indirizzare le altre attività cognitive della mente. Ad esempio, se devo risolvere un problema di matematica rivolgo l’attenzione alla sua formulazione così da consentire al pensiero cognitivo razionale di eseguire i calcoli necessari a risolvere il problema. Ebbene questa facoltà della mente è necessaria alla mindfulness perché prepara il terreno al suo instaurarsi. Rivolgendo l’attenzione al respiro, ad esempio, preparo la mente ad essere raccolta, calma, malleabile e, facendo in questo modo, lascio che la consapevolezza osservi ciò che c’è da osservare, in questo caso il respiro. L’attenzione consente alla consapevolezza di incontrare il respiro e rimanere in contatto con esso. Un altro aspetto che emerge dalle definizioni è il richiamo al momento presente, al tanto citato “qui ed ora”. Perché è solo nel momento presente che possiamo osservare quello che veramente c’è dentro o fuori di noi. Ogni volta che ci rivolgiamo al passato o al futuro lasciamo che la nostra interpretazione alteri la nostra visione delle cose perché possiamo stare nel passato o nel futuro solo attraverso la nostra mente che ricorda o che immagina. Al contrario cerchiamo con la consapevolezza mindful di osservare le cose per quelle che sono realmente entrando in contatto con esse nella maniera più diretta e immediata possibile e il più possibile scevri di ogni interpretazione condizionata dall’attrazione e repulsione che genera in noi in contatto con la esperienza delle cose.

Oltre a quello che ho descritto sopra, bisognerebbe aggiungere altri aspetti, legati alla mindfulness, che si possono trovare descritti nella letteratura buddhista contemporanea e che spesso vengono trascurati nei contesti occidentali (Chiesa, 2013; Gethin, 2011; Lomas, 2017). Mindfulness è la traduzione del termine Pāli sati che negli antichi testi buddhisti è incastonato in una complessa struttura semantica. Il suo significato è cangiante ed, in più, tale termine è accompagnato da altri che ne arricchiscono il significato. Entriamo in contatto con l’“oggetto” di contemplazione meditativa grazie all’attenzione, lo osserviamo con la consapevolezza e poi lo investighiamo e lo comprendiamo per ciò che realmente è. Legati a questi aspetti conoscitivi ci sono aspetti che riguardano l’etica e che dovrebbero plasmare i nostri comportamenti rendendoci abili nel rendere la pratica meditativa efficace e sostenendoci nel cammino verso la liberazione dalla sofferenza. Questi aspetti conferiscono alla mindfulness una qualità di saggezza: la mindfulness vuole riconoscere, attraverso l’investigazione e il discernimento, ciò che è salutare per noi e ciò che non lo è. L’aspetto etico della mindfulness è stato trascurato in occidente sia nei contesti clinici che in quelli non clinici del well-being dove si è preferito dare rilievo agli aspetti tesi a migliorare la performance mentale piuttosto che a quelli che favoriscono un processo trasformazionale dell’individuo verso la liberazione dalla sofferenza.

 

Come si pratica

La facoltà della mente che abbiamo chiamato mindfulness la si allena con la pratica meditativa. Le istruzioni da seguire derivano da una pratica sviluppata nel Buddhismo. In due fondamentali discorsi trascritti in lingua Pāli, l’Anapanasati Sutta (Hanh, 1994; Sucitto, 2000, 2002), e il Satipatthana Sutta (Anālayo, 2018; Goldstein, 2016; Hanh, 1992b), il Buddha ci descrive una pratica meditativa che consiste nell’orientare con consapevolezza l’attenzione verso ciò che possiamo percepire nel momento presente nel nostro corpo (calore, dolore, vibrazioni, ….), verso il tipo di sensazioni (piacevole, spiacevole e neutra) generate dalle percezioni osservate nel corpo, verso gli stati della mente (torpore mentale, chiarezza, agitazione ….), e verso gli “oggetti mentali” (pensieri discorsivi, concetti, immagini ….). La pratica meditativa mindfulness consiste nel dedicare un periodo di tempo stabilito, durante il quale si chiuderanno gli occhi, a rivolgere l’attenzione inizialmente al proprio respiro naturale e alle sensazioni che questo genera nel corpo (Hanh, 1992a; Kabat-Zinn, 1997). Durante la pratica si assumerà una posizione comoda garantendo che la schiena sia eretta, possiamo scegliere un cuscino da posizionare a terra sedendoci a gambe incrociate, oppure più agevolmente una sedia. Il respiro è un modo semplice e potente di allenare la nostra capacità di prestare un’attenzione focalizzata su qualcosa di stabilito e di essere consapevoli dei processi, in questo caso legati al respiro, che si compiono nello svolgersi del tempo. Quando l’attenzione e la consapevolezza del respiro si è stabilizzata, possiamo passare ad esaminare il corpo osservando le sensazioni che si incontrano via via che si passano in rassegna le varie parti del corpo, come le sensazioni termiche di calore o freddo e come quelle meccaniche di tensioni, formicolii, vibrazioni. Possiamo osservare una parte del corpo alla volta utilizzando un’attenzione focalizzata oppure allargare il campo di osservazione all’intero corpo, il corpo che respira. Con l’avanzare della pratica e con l’acquisizione di una certa maestria, possiamo impegnarci a rilevare il tono delle sensazioni che incontriamo nel corpo, se piacevoli, spiacevoli o neutre potendo riconoscere l’intenzione che sorge di trattenere ciò che ci piace, allontanare ciò che non ci piace e rimanere indifferenti a ciò che percepiamo come neutro. Infine, possiamo passare ad esaminare la mente. In questo caso accadrà che la consapevolezza, facoltà della mente, osserva la mente stessa. Questo ci può portare ad un certo smarrimento poiché non siamo abituati ad osservare la nostra stessa mente. Ma cosa osserveremo della nostra mente? Innanzitutto la consapevolezza stessa, grazie alla capacità che abbiamo di essere consapevoli di essere consapevoli. Grazie ancora alle nostre capacità meta-cognitive, potremo osservare la qualità del nostro stato mentale – forse c’è sonnolenza, forse c’è distrazione, forse c’è calma – e poi, includendo gli aspetti affettivi, potremo chiederci “come mi sento?”, ed aspettare una risposta che descriva lo stato d’animo che alberga in noi nel momento presente. Esiste una differenza tra stato mentale e stato emotivo anche se la “sede” delle emozioni è ancora la mente, ma una mente che è “mente-cuore”. Una volta indagato lo scenario dell’essere, possiamo rivolgerci ai contenuti della mente e quindi ai pensieri, alle immagini, ai ricordi, alle intenzioni, e ancora alle emozioni che attraversano il campo di osservazione della consapevolezza. Ne osserviamo la mutevolezza e l’impermanenza e il loro esistere indipendente dalla nostra volontà. Accade quindi che si manifesti la possibilità di fare un passo indietro osservando quello che sorge via via nella mente come se fosse altro da me e ciò ci pacifica, alleggerendo la morsa delle nostre afflizioni.

Quando meditiamo intenzionalmente sul respiro, sul corpo, sulla mente e sui contenuti della mente l’attenzione è focalizzata su un campo specifico delimitato. In questo caso, quando sorgono pensieri, immagini, ricordi e in generale qualsiasi formazione mentale, e ciò è inevitabile, occorre riportare l’attenzione all’oggetto meditativo, in maniera gentile, cercando di non giudicare sé stessi per essersi distratti. Anche quando la distrazione deriva da emozioni che sorgono inattese o già presenti dall’inizio della pratica, l’indicazione è quella di diventare testimoni che osservano il loro nascere, svilupparsi e cessare, cogliendone le sfumature, il mutare e il loro incarnarsi sotto forma di sensazioni corporee. Cercheremo dunque di accettare in modalità non giudicante ed equanime le “distrazioni” e quando possibile torneremo a rivolgere l’attenzione alle sensazioni connesse al respiro o agli altri oggetti che abbiamo scelto da osservare. Le formazioni mentali che sorgono durante la pratica meditativa distolgono la mente dalla messa a fuoco sull’oggetto che stiamo contemplando in meditazione, ad esempio il respiro, e, per ritornare all’oggetto di focalizzazione, è necessario compiere tre passaggi: il primo è accorgersi di essersi distratti, il secondo è “lasciare andare” ciò che ci ha distratto, il terzo è ricentrare la focalizzazione sull’oggetto meditativo. Le numerose ripetizioni di questo processo ciclico esperite durante la pratica meditativa “allenano” la capacità attentiva di focalizzazione su un oggetto definito e la capacità di monitorare, con accettazione non giudicante ed equanime, gli eventi esterni e le formazioni mentali che si presentano nel momento presente (Lutz, Slagter., Dunne, & Davidson, 2008). La pratica meditativa consiste proprio nel ripetere innumerevoli volte questo ritornare al respiro o alle sensazioni fisiche o, in generale, all’oggetto di meditazione. Questo training sviluppa immediati benefici quali la capacità di regolare l’attenzione e le emozioni e un aumento della consapevolezza. Inoltre, durante la meditazione potremo sperimentare “stati di assorbimento” pacificatori e calmanti che naturalmente generano benessere psicologico anche quando lasciamo la pratica formale per vivere il quotidiano, riuscendo ad essere più disponibili, più pazienti, più accoglienti.

Esiste una versione della pratica formale che consiste nella cosiddetta “camminata consapevole”, cankama in lingua Pāli. In questa pratica, ritenuta molto potente dalla tradizione meditativa Buddhista, si rivolge l’attenzione alle sensazioni generate dal movimento dei piedi e dal contatto di questi con la terra durante la camminata. In questo caso si cercherà di applicare al movimento dei piedi, la stessa focalizzazione attentiva che si cerca di applicare al respiro nella “pratica seduta”. I benefici della cankama sono legati al fatto che in questo caso rivolgiamo l’attenzione ad una attività ordinaria come quella del camminare e ciò ci allena a portare la mindfulness nelle attività del vivere quotidiano.

Oltre alla pratica che si focalizza su uno specifico oggetto come il respiro – che viene chiamata FA (Focus Attention) – esiste la possibilità di ampliare il campo di osservazione della consapevolezza aprendoci a tutto ciò che arriva alla nostra attenzione. In letteratura questa modalità, complementare a quella FA, vene chiamata Open Monitoring OM (Lutz et al., 2008; Tang et al., 2015). Nell’OM si include tutto ciò che arriva alla coscienza, senza tuttavia trattenere o respingere nulla, assecondando una modalità equanime di osservazione. È come se osservassimo un film nel quale accadono cose indipendenti dalla nostra volontà, ci saranno immagini, pensieri, sensazioni, suoni che si susseguono senza essere trattenuti o cacciati intenzionalmente. Possiamo tuttavia osservare le reazioni che internamente questo film genera in noi, ci saranno emozioni e sensazioni fisiche che forse ci indurranno a trattenere qualcosa o allontanare qualcos’altro. Dunque, in questo più o meno ampio campo di osservazione, potremo includere anche le nostre reazioni, le nostre tendenze, le nostre emozioni …. tutto scorrerà nel flusso della nostra coscienza e noi lo osserveremo. L’OM può risultare una modalità più complessa da praticare rispetto all’FA poiché potremmo facilmente sperimentare una sensazione di smarrimento trovandoci immersi in un torrente di coscienza continuo ed entropico che lambisce il nostro essere.

Praticare la mindfulness può essere fatto attraverso la meditazione formale e attraverso un vivere quotidiano consapevole. Nel secondo caso, si tratterà di prestare attenzione e rivolgere consapevolezza alle attività quotidiane, ad esempio al mangiare quando stiamo mangiando, al farci la doccia quando stiamo facendo la doccia. Ogni attività la possiamo svolgere in consapevolezza mindful in una modalità che si colloca su un continuum tra FA e OM. Posso lavare la verdura prima di cucinarla rivolgendo l’attenzione unicamente a questa azione oppure posso includere via via qualcos’altro come le emozioni che provo in questo momento, i pensieri che attraversano la mente, il suono dell’acqua. Esistono dunque momenti di pratica formale dove sediamo su un cuscino o camminiamo meditando e momenti di pratica “informale” che richiedono un certo tipo di attitudine verso le attività della vita. A questo duplice livello di pratica corrisponde l’uso dei termini: “stato mindfulness” e “tratto mindfulness” della personalità. Quando le persone si impegnano in un training basato sulla mindfulness si presume che la loro capacità di essere consapevoli durante la pratica meditativa aumenti e quindi ha senso rilevare lo “stato di mindfulness” che presumibilmente tende ad aumentare con il tempo. Inoltre, si presume che i risultati di tale pratica ripetuta nel tempo si traducano in qualcosa di più duraturo che riguarda la predisposizione ad essere consapevoli nella vita di tutti i giorni e cioè a sviluppare un “tratto mindfulness” della personalità. In altre parole, quando gli individui generano stati di consapevolezza più profondi durante la meditazione, sviluppano una maggiore tendenza a mostrare attitudini e comportamenti mentali anche al di fuori della meditazione, nel contesto della vita quotidiana. E questo ha mostrato di giovare alla salute psicologica dando diversi benefici come racconterò nel prossimo paragrafo.

 

I benefici

Molti contributi rintracciabili in letteratura scientifica occidentale hanno indagato i benefici ottenuti dall’uso della pratica della meditazione mindfulness e, più in generale, di uno stile di vita mindfulness (Brown et al., 2007; Sedlmeier et al., 2012). Diversi esperimenti sono stati realizzati in ambito scientifico neurologico volti a misurare come la mindfulness agisca sulla cognizione, le emozioni, il comportamento e, in generale, la fisiologia del cervello. I risultati hanno mostrato che la mindfulness migliora le capacità attentive e sviluppa la capacità di rivolgersi alle esperienze che viviamo nel presente con consapevolezza, apertura e accettazione (Chiesa et al., 2011; Lutz et al., 2008; Tang et al., 2015). È stato mostrato anche come da queste abilità derivino i seguenti benefici (Good et al., 2016):

  • aumento dell’autoregolazione emotiva e della capacità di gestire lo stress,
  • aumento della consapevolezza di Sé e della percezione di auto efficacia,
  • aumento della capacità e flessibilità cognitiva, sviluppo delle capacità metacognitive,
  • aumento dell’autoregolazione nei comportamenti e riduzione dell’automatismo delle risposte,
  • aumento della neuroplasticità e rallentamento dell’invecchiamento cerebrale.

Questi benefici possono essere utilizzati in diversi ambiti: in generale quello del well-being e quello spirituale, quello delle organizzazioni aumentando la performance individuale e la performance collettiva che migliora le relazioni interpersonali, quello dell’education aumentando la capacità di apprendimento e la performance accademica.

Per quanto riguarda l’ambito aziendale, esistono molte pubblicazioni in letteratura che analizzano i benefici dell’introduzione della mindfulness in questo campo. Lo studio della mindfulness si è, in questo caso, incrociato con lo studio delle organizzazioni e dei sistemi collettivi nell’ambito della psicologia sociale dando luogo a due dimensioni di indagine che si intersecano: la individual mindfulness e la collective mindfulness. Quest’ultima, chiamata anche organizational mindfulness, legata agli aspetti sociali delle organizzazioni delinea un’organizzazione di individui ad alta reliability capace di essere consapevole dei dettagli significativi e degli errori commessi ed avere una veloce capacità di reazione basata su una conoscenza condivisa e una libertà di azione su quello che si osserva (Sutcliffe et al., 2016). Nel lavoro di review di Sutcliffe, Vogus, e Dane (2016), si sottolinea come la mindfulness per i dipendenti sia associata a tassi di turnover più bassi, e come per l’azienda è positivamente correlata a risultati organizzativi salutari inclusi maggiore soddisfazione del cliente; allocazione più efficace delle risorse; maggiore innovazione e miglioramento della qualità dei prodotti e dei processi, della sicurezza e della affidabilità. Gli autori fanno notare che questi effetti sono più comunemente osservati in contesti particolarmente provanti caratterizzati da complessità, dinamismo e intolleranza agli errori. In un altro recente lavoro di review Good e colleghi (Good et al., 2016), analizzano diversi contributi della letteratura sull’impiego di training basati sulla mindfulness nelle aziende sottolineando i benefici misurati riguardo la performance, le relazioni sociali e il well-being all’interno delle aziende. Per quanto riguarda la performance sono stati evidenziati benefici sia negli aspetti di job performance relativi allo svolgimento del lavoro ordinario, sia negli aspetti di task performance relativi ai contesti goal-oriented, anche nella safety performance per lavori complessi e pericolosi (camere di controllo). Riguardo le relazioni sociali sul posto di lavoro, sono stati evidenziati benefici nella qualità della comunicazione, nella gestione dei conflitti, nella leadership e nel team work. In particolare, per quanto riguarda la leadership esistono diversi contributi che descrivono come la mindfulness possa incrementare la capacità creativa, il pensiero strategico, aspetti cruciali per una leadership trasformazionale (e.g. (Good et al., 2016; Kets de Vries, 2015). In aggiunta va ricordato che molti lavori pubblicati in ambito manageriale hanno come riferimento il contributo della professoressa di Harvard, Ellen Langer (Langer & Moldoveanu, 2000) che, con un approccio socio-cognitivo, ha potuto sperimentare, in più di un lavoro, come lo stato di mindfulness sviluppi un pensiero flessibile che genera una grande sensibilità al contesto in cui si agisce creando nuove categorie concettuali, aprendo a nuove informazioni e alla consapevolezza che ci sono più prospettive per la risoluzione dei problemi.

Per quanto riguarda l’ambito accademico, negli ultimi due decenni sono stati introdotti nelle università corsi brevi basati sulla mindfulness e sono stati misurati i benefici in termini di well-being, efficacia di apprendimento e raggiungimento di obiettivi accademici. In particolare, è stato evidenziato che la pratica meditativa migliora la regolazione delle emozioni coinvolte nell’apprendimento e nella performance d’esame, la regolazione dell’attenzione, la consapevolezza di sé, migliora i processi cognitivi e metacognitivi che possono essere rilevanti per un apprendimento efficace (Hassed & Chambers, 2014; Palmer et al., 2010; Schonert-Reichl, 2016; Shapiro et al., 2011; Zajonc, 2013). Inoltre, la mindfulness sviluppa un pensiero flessibile, aiuta a creare nuove categorie concettuali e si apre a più prospettive per la risoluzione dei problemi (Langer, 1997). In un articolo recente di review McConville e colleghi (McConville et al., 2017) analizzano 29 articoli, su un campione di 5355 candidati, che trattano esperimenti compiuti presso università di medicina e scienze della salute che valutano gli effetti di interventi basati sulla mindfulness sull’apprendimento e il well-being degli studenti. Nelle conclusioni si può leggere che gli interventi basati sulla mindfulness diminuiscono lo stress, l’ansia e la depressione e migliorano lo stato d’animo, l’autoefficacia e l’empatia; inoltre migliorano le capacità di studio, le funzioni della memoria, le prestazioni cognitive e il rendimento accademico. In un altro articolo recente di review Bamber & Morpeth (Bamber & Morpeth, 2019) analizzano 25 lavori, su un campione di 1492 articoli pubblicati negli ultimi anni, che valutano l’efficacia della mindfulness nella gestione dell’ansia nei contesti universitari. Gli autori hanno scoperto che gli interventi basati sulla mindfulness riducono l’ansia negli studenti universitari in maniera significativa. Tutto ciò detto, non ci sorprende che la formazione basata sulla mindfulness sia stata introdotta in modo permanente in diverse università in tutto il mondo. In alcuni casi il training basato sulla mindfulness è stato utilizzato nei corsi curriculari, come ad esempio nel caso descritto da Kuechler, & Stedham (Kuechler & Stedham, 2018), in cui la pratica mindfulness è stata impiegata in corsi MBA al fine di enfatizzare gli effetti trasformazionali dell’apprendimento molto utili nei corsi di management dove si richiede una grande capacità di trasformare il proprio modo di concepire le cose e le soluzioni. Si richiede, infatti, un approccio creativo al problem solving e una sviluppata consapevolezza delle proprie e altrui prospettive e una ridotta resistenza a nuovi modi di vedere e fare le cose. Altri interessanti esempi di impiego della mindfulness in corsi accademici è possibile trovarli descritti nell’articolo di Mirabai Bush (Bush, 2011); due interessanti testi di riferimento della mindfulness nell’educazione sono i libri di Arthur Zajonc e Parker Palmer (Palmer et al., 2010; Zajonc, 2013).

 

Diffusione in occidente ed esperienze nel mondo

Grazie ai suoi benefici sopra brevemente descritti, la mindfulness si è diffusa in Occidente inizialmente negli anni ’80, nel contesto clinico con il protocollo MBSR (Mindful Based Stress Reduction) proposto da Jon Kabat Zinn nel 1979 (Kabat‐Zinn, 2003) per la riduzione dello stress in malati terminali. Questo protocollo, strutturato in otto incontri di circa due ore istruisce i partecipanti alla pratica meditativa e allo sviluppo di un’attitudine consapevole nelle attività quotidiane, come ad esempio nel consumo dei pasti. Il fatto che questo training sia stato codificato in un protocollo ha contribuito alla diffusione dell’MBSR, oltre che in ambito ospedaliero, in altri ambiti istituzionali come quello aziendale e quello universitario, dove è risultato conveniente utilizzare procedure standardizzate.

A differenza degli ambiti organizzativo-istituzionali, l’ambito privato di crescita e sviluppo personale trova una miriade di diverse offerte di pratiche meditative. Le offerte si differenziano rispetto alla durata, alla struttura del corso e alla ispirazione, quest’ultima può essere più o meno orientata al Buddhismo. Per quanto riguarda la mindfulness esistono corsi di MBSR e altri corsi diversamente strutturati offerti da centri specializzati. Gli obiettivi dei singoli per lo più sono legati al miglioramento della qualità della propria vita, quindi alla riduzione dello stress e dell’ansia, all’incremento delle capacità cognitive, al conseguimento di uno stato d’animo positivo e pacificato.

Per quanto riguarda il contesto aziendale, rispetto al MBSR che dura 8 incontri, gli interventi tendono ad essere più brevi (da poche ore a sei settimane), ma includono comunque gli esercizi utilizzati nel MBSR, come la consapevolezza nel mangiare o l’osservazione del corpo, rilevando le varie sensazioni che potrebbero essere presenti. Come abbiamo già detto, nelle aziende si incrociano la dimensione individuale – che sviluppa l’attenzione, la concentrazione, la focalizzazione sul compito, l’apprendimento, la riflessività, il pensiero laterale, l’uso ottimale delle proprie risorse – e la dimensione collettiva – in cui si migliora la performance, si persegue una maggiore soddisfazione del cliente, si allocano risorse in maniera è più efficace, si facilita l’innovazione e la qualità, sicurezza e affidabilità. Queste due dimensioni sono potenziate sia a livello individuale con training rivolti al singolo individuo, sia con training rivolti a team e gruppi di lavoro. Sono molte le grandi multinazionali che hanno adottato corsi basati sulla mindfulness rivolti ai dipendenti per accrescere il benessere, la produttività e la job satisfaction, e alla leadership per renderla più efficace. Rinomato è l’impiego della mindfulness in Google, introdotto da Chade-Meng Tan che dal 2007 ha formato circa 2000 dipendenti alla mindfulness; ma anche l’esperienza alla General Mills di Janice Marturano che ha in seguito fondato l’Institute for Mindful Leadership (https://instituteformindfulleadership.org/). Oltre a quello appena citato esistono altri importanti agenzie che offrono servizi di mindfulness come ad esempio il famoso Search Inside Yourself Leadership Institute (https://siyli.org/programs) (Hyland et al., 2015).

Per quanto riguarda il mondo accademico, grazie ai benefici descritti nel precedente paragrafo, esistono tanti casi di corsi brevi di mindfulness introdotti nelle università di tutto il mondo, soprattutto quello anglosassone, e corsi di formazione basati sulla mindfulness introdotti in modo permanente in diverse università in tutto il mondo. In particolare, ad esempio, in (Bush, 2011) sono riportate alcune esperienze, distribuite negli Stati Uniti, dove le pratiche meditative sono introdotte come strumenti di formazione in corsi universitari ordinari e, nel già citato Kuecher e Stedham (Kuechler & Stedham, 2018) la mindfulness è stata incorporata in un corso MBA al fine di favorire l’apprendimento trasformazionale. Queste esperienza sono corroborate da un’ampia letteratura che sottolinea l’importanza di introdurre pratiche contemplative come la mindfulness in contesti di apprendimento (Palmer et al., 2010; Schonert-Reichl, 2016; Shapiro et al., 2011; Zajonc, 2013). Inoltre, va detto che in molte rinomate università, come ad esempio la prestigiosa università di Harvard (wellness.huhs.harvard.edu/Mindfulness) o l’Università di Oxford (oxfordmindfulness.org), viene offerto un addestramento permanente alla mindfulness, spesso all’interno di centri di servizi per il benessere, dove gli studenti possono imparare come gestire l’ansia e lo stress. In Italia non esistono centri predisposti all’insegnamento delle mindfulness nelle università, un’esperienza significativa è stata fatta con studenti del corso di Ingegneria Gestionale della Scuola Politecnica delle Scienze di Base della Università di Napoli Federico II con il corso MEL unina condotto dall’autrice di quest’articolo (www.mel-met.com/it). Il corso MEL si tiene regolarmente ogni anno dal 2016 ed è stato valutato per la sua efficacia in un lavoro recentemente pubblicato (Corti & Gelati, 2020).

 

Misure della Mindfulness

Esistono diversi strumenti di misura della mindfulness utilizzati in letteratura nei diversi ambiti di impiego, ma in particolare in ambito aziendale. Si tratta di questionari self-reported che misurano gli stati mindfulness raggiunti durante la pratica meditativa e i tratti mindfulness della personalità. Per quanto riguarda gli stati di mindfulness citiamo il Toronto Mindfulness Scale (TMS) (Lau et al., 2006). Per quanto riguarda la misura dei tratti di personalità citiamo i più importanti: il Five Facet Mindfulness Questionnaire (FFMQ) (Baer et al., 2006) e il Mindfulness Attention Awareness Scale (MAAS) (Brown & Ryan, 2003) validato in Italia da Veneziani et al., (Veneziani & Voci, 2015). Quest’ultimo questionario lo abbiamo utilizzato nel lavoro recente pubblicato su IJERPH in cui abbiamo valutato l’efficacia dell’uso della mindfulness nelle università, riscontrando un aumento dei valori del MAAS a valle dell’intervento basato sulla mindfulness (Corti & Gelati, 2020).